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Oggettificazione: Le fotomodelle (di nudo) saranno disoccupate a causa della Boldrini?

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Le fotomodelle, soprattutto quelle specializzate in nudo, avranno meno lavori grazie a Laura Boldrini.

«Serve porre dei limiti all‘uso del corpo della donna nella comunicazione». È l’appello che ha lanciato Laura Boldrini a Venezia nell’ambito della Festa dell’Europa.
La tesi della Boldrini per cui si dovrebbe limitare l’uso del corpo della donna è che «Così si alimenta la cultura della violenza, passa il messaggio che la donna è solo un oggetto» e secondo la Boldrini “dall’oggettivazione alla violenza il passo è breve”. Dunque, “è inaccettabile che in questo paese – ha detto Laura Boldrini – ogni prodotto, dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna”. E quindi, “serve più civiltà ponendo delle regole”.

Già nel 2010 il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano diceva:
“E’ evidente che la comunicazione di un’immagine della donna che risponda a funzioni ornamentali o che venga offerta come bene di consumo offende profondamente la dignità delle donne italiane. Non solo: questo stile di comunicazione nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”

Alla Boldrini si uniscono tante altre donne di potere, che vogliono estendere il loro potere di moderare estendendo la quantità di pubblicità sulle quali è permesso moderare.
Come la vicesindaco Ada Lucia De Cesaris da rilanciare: «Chiediamo al parlamento di introdurre al più presto norme specifiche per poter intervenire in modo efficace. Oggi noi Comuni possiamo limitarci agli spazi pubblicitari che controlliamo direttamente: sono tanti, ma in media molto più piccoli di quei cartelloni giganteschi su cui si vedono messaggi discriminatori e volgari, che certo non insegnano niente di buono ai nostri figli, e su cui non possiamo intervenire in alcun modo». Ad esempio i megacartelloni sui palazzi in ristrutturazione.

Le azioni previste sono “sanzioni per chi usa in modo negativo il corpo della donna, nelle pubblicità come negli spettacoli tv, ma anche meccanismi premiali per le pubblicità virtuose”.
Ad esempio per la città di Milano, magari pensando a uno sconto sul canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (COSAP) per “chi evita lo stereotipo della donna nuda sdraiata sull’auto” per vendere l’auto.

Oltre alle sanzioni, hanno agito attraverso i consumatori, a Torino, per esempio, l’assessorato alle Pari opportunità ha realizzato una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza e boicottaggio delle azinede definita “contro lo sfruttamento del corpo femminile e le immagini offensive per le donne nelle pubblicità” con il messaggio ‘Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti’.

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è stato istituito un premio chiamato “Premio immagini amiche” (http://www.premioimmaginiamiche.it/) che ha ricevuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, e ha ottenuto il Patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità. Avvenuto per tre volte in tre anni consecutivi, attraverso una cerimonia di assegnazione del Premio alla presenza della Ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna, preceduta da una conferenza sul “Ruolo delle donne nella leadership politica, tra rappresentazione e rappresentanza” con la partecipazione di numerosi rappresentanti del mondo politico e della comunicazione.

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Il Premio “Immagini Amiche” dichiara di voler valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi.  Non è censura, assicura, anche se questo è un nodo fondamentale: «C’è un confine sottile tra la tutela dell’immagine e della dignità della donna e la libertà di manifestazione del pensiero — spiega D’Amico — ma ci conforta il fatto che per le normative europee, non recepite in Italia, non vi è censura quando si tutelano i principi costituzionali supremi come, per esempio, l’uguaglianza tra uomo e donna».

«Se veramente pensiamo ancora oggi, e insegniamo ai bambini, che per vendere l’auto serva una donna seminuda c’è qualcosa che non va», ragiona la vicesindaco De Cesaris, che ricorda come Milano abbia aderito alla campagna “Città libere dalla pubblicità offensiva» promossa dall’Udi: «Una risoluzione del 2008 del Parlamento europeo ha evidenziato come la pubblicità contribuisca ad alimentare gli stereotipi di genere e come la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere possa incentivare la violenza. In Italia non l’abbiamo ancora recepita, speriamo che con l’appello della Boldrini le cose cambino».

Una legge contro le pubblicità che offendono le donne. Assieme a un nuovo regolamento del Comune che proibisca affissioni pubblicitarie sessiste e premi, invece, chi lancia messaggi positivi. , è la sua tesi.

Il giornale L’Unità ha una pagina dedicata all’analisi delle pubblicità definite dal giornale “sessiste”. L’analisi avviene attraverso testi e video in cui qualcuno descrive e giudica l’immagine.

Così è successo per la campagna per diffondere una petizione contro la pubblicità sessista, in occasione della manifestazione “Giovani leoni” organizzata da Sipra, il brief per la sezione stampa ha invitato i giovani concorrenti a immaginare la campagna per diffondere una petizione. La petizione è firmata da Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (ADCI) ed è rivolta al Ministro per le Pari Opportunità Josefa Idem, a cui si chiede di tradurre in poche norme semplici e vincolanti la “Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini”. La petizione è stata fatta su Change.org. La campagna stampa che l’ADCI ha scelto per sostenere la petizione è di Lara Rodriguez e Giorgio Fresi (Tbwa).

Il testo della petizione è:

Una larga maggioranza degli italiani manifesta crescente insofferenza nei confronti delle pubblicità sessista, che abusa del corpo femminile e offende la dignità di tutti.
L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria può agire tempestivamente contro gli eccessi più clamorosi imponendo, in base alle norme attualmente vigenti, un rapido ritiro delle campagne più offensive. Ma non basta.
I modi in cui una pubblicità può essere degradante sono molti, sottili e infidi: la diffusione ripetuta di stereotipi di genere consolida discriminazioni e frena lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturali arretrati, riduttivi e dannosi.
Vediamo donne tutte uguali e unicamente dedite alla bellezza seduttiva, o alla pulizia della casa e alla cura della famiglia, la cui identità si esaurisce nell’essere “casalinghe” o “sexy” o “madri” o “nonne”. Vediamo uomini tutti uguali e interessati solo a sesso, successo, calcio. Vediamo bambini intrappolati in comportamenti e relazioni familiari connotate dal genere: questi sono esempi di cliché.
La loro ripetizione incoraggia il pensiero unico.
La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a cambiare le cose.
L’Art Directors Club Italiano, che da anni propone buone pratiche e lotta contro la trasandatezza, la sciatteria, la volgarità, la stupidità e il pensiero unico che gli stereotipi di genere veicolano.

Chiede
che le indicazioni europee vengano recepite e tradotte in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.

Ritiene
che tali indirizzi e norme possano disincentivare la pubblicità sessista, sensibilizzando l’intero settore (professionisti, agenzie, aziende, fotografi, registi…), migliorando la produzione pubblicitaria italiana e influendo positivamente sul sistema dei media e sul clima nazionale.

Come Presidente dell’Art Directors Club Italiano, ti invito a firmare. Per una pubblicità meno sessista e più innovativa e rispettosa, firma adesso.

Il giornale “Internazionale” titola “American Apparel non ama le donne“. E quindi fa un collegamento tra l’atto di esporre foto di donne nude nello stesso luogo fisico di uomini vestiti come un atto di mancanza d’amore verso le donne, e quindi disprezzo verso esse.

In Svezia le associazioni dei consumatori hanno accusato di sessismo la catena di abbigliamento statunitense American Apparel per la sua pubblicità che mostra degli uomini sempre vestiti e sobri e delle donne svestite in atteggiamenti provocanti per promuovere lo stesso capo d’abbigliamento, pubblicizzato come unisex.

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Emelie Eriksson, una blogger di 24 anni, ha sollevato il problema postando le pubblicità femminili e maschili della casa di moda americana a confronto sul suo blog. Il suo post è stato letto da centomila persone e le associazioni per la tutela dei consumatori hanno chiesto alle autorità che vigilano sulle pubblicità di sanzionare American Apparel. Tuttavia le autorità svedesi hanno risposto che non è nella loro giurisdizione oscurare il sito della casa di moda, perché è in inglese e ha un dominio non registrato in Svezia.

“Le pubblicità di American Apparel sono assurde, è evidente che hanno un’immagine degradante della donna ed è incredibile che non ci siano critiche dure a questo tipo di pubblicità”, ha detto Eriksson a The Local, un giornale svedese in lingua inglese.


In sintesi, si sta chiedendo a molte donne,
le fotomodelle in primis, di sacrificare i loro desideri (guadagnare soldi facendo fotografare il proprio corpo per pubblicità). Ed è possibile obbligare un/a cittadino/a contro la propria volontà a non compiere certe azioni, ma questo obbligo deve essere giustificato. E poiché molte donne sono infastidite, e arrabbiate per questo sacrificio imposto, è evidente che serve giustificare. Un rappresentante della società in parlamento ha il dovere di dare spiegazioni a tutti i cittadini, soprattutto a quelli che devono rinunciare a qualcosa per conformarsi alle nuove regole introdotte.

C’è il caso in cui tutte le persone che producono foto da eliminare siano donne: la pubblicitaria, la fotografa, la make-up artist, la fotomodella.
Si potrebbe così dire che si proteggono le donne dalle azioni di alcune donne.

Una persona esterna alle persone che fanno queste dichiarazioni o che portano avanti queste propagande di idee, per non essere passiva ma razionale deve giudicare le affermazioni. Nessuno dei personaggi che si sono espressi a proposito delle immagini di donne e il concetto di oggettificazione ha spiegato e dimostrato come possa essere ritenuto vero e valido questo concetto. Però invece è stato ripetuto quotidianamente, per anni che è sbagliato (quello che si chiama “lavaggio del cervello” ma a fin di bene, secondo chi crede sia a fin di bene).
E tutti possono dire “dovete pagare più tasse perché se lo fate il mondo diventerà perfetto” oppure “dovete avere fede in dio perché se lo fate vivrete per sempre”.

Allora chi vuole capire, deve trovare  autonomamente dimostrazioni e spiegazioni. Ma oltre a un interesse in una comprensione personale, a livello politico è necessario che chi partecipa delle decisioni di una nazione comprenda ancora di più la validità di certi ragionamenti.
Su questa comprensione si può dire che il ministro per le pari opportunità Josefa Idem nel 2013 ha dichiarato «Sarebbe ora che su un problema così grave e incivile, si attivasse, non solo il settore pubblico, ma anche i privati. Come ministero siamo pronti ad accogliere i contributi delle tante aziende che, a loro volta, sono così pronte a carpire l’attenzione delle donne quando si parla di marketing, di vendere prodotti o servizi. Suggerisco infine un’altra bella idea per trovare risorse: prevedere elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne». «Oggi serve una scelta politica: più risorse ai centri anti violenza e alle case rifugio», ha aggiunto la presidente della Camera, Laura Boldrini. Se si decide di ottenere risorse economiche attraverso “elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne” si concentrerà l’attenzione nel cercare queste pubblicità, e si forzeranno anche le cose. Nel momento in cui ci sono interessi economici è possibile che nasca il desiderio di forzare le cose. E non è difficile forzarle dato che la verifica di certi concetti non è scientifica, ma basato soprattutto sulla percezione maggioritaria che può essere ottenuta con una continua ripetizione del concetto. Dunque, per agire in modo giusto, diventa necessaria una verifica scientifica oppure l’abbandono di tale possibilità.

Un cittadino esterno alle attività politiche, come possono essere un fotografo o una fotomodella o una persona che osserva le immagini pubblicitarie, per sapere distinguere la validità o l’invalidità di certe accuse, è necessario prima conoscere il significato di tutti i termini utilizzati.
Si parla di “limitare l’uso del corpo della donna”. Perché un certo “uso negativo”“offende le donne”, “sfrutta il loro corpo”, lo “svende”, è “sessista”, “alimenta la cultura della violenza”, “contribuisce ad alimentare gli stereotipi di genere e la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere” e quindi va sanzionato, e vanno invece premiati i “messaggi positivi”, “virtuosi”.

Si devono quindi analizzare i significati delle seguenti parole:

  1. Uso
  2. Oggetto/Donna-oggetto/Oggettificazione
  3. Strumentalizzazione
  4. Offesa
  5. Svendita
  6. Sessismo
  7. Violenza
  8. Stereotipo
  9. Possesso
  10. Positivo
  11. Virtuoso
  12. Dignità
  13. Degradante
  14. Pensiero unico
  15. Umiliante
  16. Subalterno

E i significati della seguente espressione:

  1. Mancanza d’amore per le donne o disprezzo per le donne


USO (del corpo)

Laura Boldrini, ha chiesto uno stop alle réclame che “usano le donne”.

Nell’assegnazione del premio ci sono molti concetti astratti che si prestano a interpretazioni, e tra le varie interpretazioni ci sono immagini che presentano nudità, pose, evocazioni che vengono etichettate come nemiche e quindi da escludere dal premio.

Per poter comprendere l’espressione “uso del corpo delle donne” bisogna rispondere a due domande

  1. Che cosa si intende per “usare”
  2. Che cosa si intende per “usare le donne”?

Alla parola usare nel dizionario si trova:

1 L’atto di servirsi di qlco. e il modo di questa utilizzazione SIN impiego, utilizzo: l’u. del computer; un buon, un cattivo u. del denaro || fare u., servirsi, adoperare, ricorrere

La parola servirsi somiglia alla parola servizio, come nell’espressione servizio a domicilio, oppure servito, come il pranzo è servito. Queste parole indicano l’ottenere qualcosa che si desidera, che si vuole, che produce un beneficio. Questo concetto è ulteriormente sottolineato da un’altra parola simile: usufruire.

usufruire:
1 Godere di usufrutto su qlco.: u. di un’abitazione
2 estens. Fare uso, avvalersi, godere di qlco.

La parola godere esprime un piacere, un sollievo per qualche cosa che si è ottenuto, perché ne si aveva bisogno o lo si desiderava.
Nel caso delle fotografie destinate alla pubblicità, l’ottenimento piacevole è principalmente il guadagno per chi produce le immagini e chi le utilizza per pubblicità e la stimolazione degli acquisti tramite le pubblicità, e poi altri ottenimenti psicologici, come il senso di competenza per essere riusciti a produrre un’immagine, e i vari complimenti che si ricevono nel caso venga apprezzata.

Per comprendere il problema dell’uso del corpo delle donne è necessario prima comprendere:
1. a cosa ci si riferisce con l’espressione “uso del corpo”
2. se realmente avvenga un “uso del corpo”
3. di chi sia il corpo “usato”.

VERIFICA DEL REALE AVVENIMENTO DELL’USO DEL CORPO IN FOTOGRAFIA

Le persone che utilizzano l’espressione “uso del corpo” nel giudicare negativamente immagini pubblicitarie danno per scontato che sia avvenuto un uso del corpo, e quindi aggiungano a questo dato di fato scontato un giudizio negativo. Ma non per il semplice fatto che si sta giudicando un qualcosa a cui una parola si riferisce, quel fatto è realmente avvenuto. Si può dire “X ha urlato con Y davanti ai suoi amici, e questo comportamento è sbagliato” ma l’aver pronunciato questa frase non implica che X abbia realmente urlato con Y.

Nel godere dell’aspetto altrui o nel far godere qualcuno dell’aspetto altrui attraverso un’immagine, c’è chi dice che agenzie pubblicitarie, fotografi e fotomodelle, usano il corpo delle donne e che questo è ingiusto.

Ma chi ascolta l’espressione “usare il corpo delle donne“, soprattutto un fotografo che scatta foto pubblicitarie a donne, può giudicarla ambigua perché indicherebbe sia una possibile passività sia una possibile attività nell’essere usate da parte delle donne, e allo stesso tempo indicherebbe una proprietà che tutti sanno di non avere ma che hanno soltanto le altre persone, cioè il possedere il corpo delle altre donne.
Infatti, se si cerca su google “usare il corpo” si trovano risultati come “Non usare il tuo corpo per attirare attenzioni, troverai solo persone disposte ad usarlo” oppure “Usare il tuo corpo per ottenere favori”. Quindi, da queste espressioni, si deve dedurre che in genere si può usare il proprio corpo, oppure si può usare il corpo altrui, ma non si può usare il corpo altrui attraverso l’uso del proprio corpo.

ERRORE LOGICO DEL PENSARE DI USARE DIRETTAMENTE IL CORPO DI UNA DONNA

Dato che si parla di corpo, che è un qualcosa che appartiene al mondo fisico, perché può essere misurato con grandezze fisiche, quali il peso, l’altezza, il volume, la temperatura, alle quali si possono assegnare valori numerici, non si può evitare di verificare ciò che accade nella realtà fisica per concludere che se il corpo del soggetto fotografato venga usato dai pubblicitari e dai fotografi, così anche per concludere se i corpi delle donne abbiano subito qualche azione spiacevole, invece che supporre che certe azioni sono sempre spiacevoli per tutte le donne, e che quindi ogni volta che si presentano le donne soffrono.

Quindi, considerando cosa accade durante e dopo un set fotografico a livello fisico si può dire che un fotografo usa il proprio corpo, nello specifico la propria capacità di muovere le mani, le gambe, gli occhi, per posizionarsi, osservare nel mirino, posizionare la fotocamera in modo che il sensore sia perpendicolare al soggetto, spingere i pulsanti per impostare i valori del diaframma, dei tempi di scatto, degli ISO, e scattare premendo il pulsante col dito, tutte azioni che senza queste pressioni fisiche sui pulsanti non potrebbero avvenire, oltre al proprio corpo usa indirettamente anche le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo del soggetto, indirettamente perché è la fotocamera che ne manipola il corso, e usa anche indirettamente la volontà del soggetto di far usare al fotografo le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo, elaborate dalla fotocamera per produrre una fotografia. Ma non usa il corpo del soggetto in modo diretto, quindi si può dire semplicemente senza specificare diretto indiretto che non usa il corpo del soggetto fotografato. Infatti, soltanto perché è un modo di dire diffuso si dice e si pensa che usi il corpo del soggetto, per semplificare questo processo complesso. Ma semplificando si può finire col confondere il termine usare con i termini “abusare” o “violentare”. A questo fraintendimento sono soggette le persone spaventate dalla possibilità degli altri di abusarle, che sono attente in cerca di indizi che mostrino un abuso, e lo trovano anche dove non c’è. Quindi l’unico corpo che usa il fotografo o la fotografa è il proprio.


C’è chi aggiunge il problema del ricevere soldi per l’uso delle foto, chiamando tale fenomeno ( mercificazione del corpo ) facendo confusione.

Affermando che una rivista non debba pubblicare le foto fatte o in uno studio o in una sfilata per guadagnare fama o soldi, perché questo significa usare il corpo delle donne, e il corpo delle donne non va usato. Ma perché aggiungere una retribuzione economica comporta questa enorme differenza?

I creatori di una rivista non usano direttamente il corpo delle donne, o di una certa donna, ma utilizzano direttamente le foto scattate a quel corpo, con lo scopo di stamparle su carta, aggiungendoci parole e segni grafici.

Così pensando  si confonde “il corpo” con “le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo”. Infatti, il fotografo usa le onde elettromagnetiche e non il corpo. Oppure quando fotografa dettagli del corpo dovrebbe farla a pezzi e vendere quei pezzi alle riviste. E quando la fotografa per intero, dovrebbe impacchettare tutta la persona senza vestiti, all’interno di una fotografia.

Una volta corretto questo errore linguistico, e chiarito che si parla di “uso dell’immagine del corpo di una donna”, e che l’uso indiretto della sua volontà (uso indiretto del corpo) non è condannabile, dato che è un processo che avviene ogni giorno nell’ambito del lavoro, si  deve deve passare ad analizzare le accuse nei confronti del modo in cui l’immagine di una donna viene usato, e non del mero uso della sua immagine.

SIGNIFICATO DELL’ESPRESSIONE “USO DEL CORPO DELLA DONNA”
Se con “uso del corpo” ci si riferisce all’uso in sé del corpo, si crea una disparità di giudizio nei confronti di tutti gli altri usi che non vengono giudicati negativi che esistono. Ogni giorno, infatti, si usa il proprio corpo.
Camminiamo, battiamo le dita sulla tastiera, lavoriamo, facciamo sesso per provare piacere, facciamo sport, e usiamo anche il nostro cervello che sta all’interno di quello che consideriamo essere il nostro corpo, ma non lo consideriamo negativo.
Dunque, chi cerca di capire perché quello che viene chiamato “uso del corpo delle donne” in pubblicità sia ritenuto negativo può ipotizzare che forse gli accusatori si riferiscano a un uso del corpo diverso dall’uso quotidiano del corpo, ad esempio l’uso del corpo altrui e non del proprio.
Ma, se questo fosse il tipo di uso del corpo criticato, si creerebbe di nuovo una disparità di giudizio, poiché ogni giorno chi fornisce un lavoro da fare a qualcuno in cambio di soldi usa indirettamente il corpo altrui per ottenere un beneficio. Per indirettamente si intende che si usa la volontà altrui di usare il proprio corpo.
E quindi, se considerassimo l’uso negativo in sé, si dovrebbe necessariamente considerare tutti gli usi del corpo come negativi.
Quindi, le due ipotesi sul senso in cui viene utilizzata l’espressione “uso del corpo delle donne”, ovvero uso del corpo in sé e uso del corpo altrui, si rivelano dei falsi problemi, e dunque si può procedere con l’ipotizzare che le persone si riferiscano all’uso “dell’immagine del corpo che rappresenta le donne” e non al corpo dei soggetti fotografati.

CRITICA AL MODO IN CUI VIENE USATA L’IMMAGINE DI UNA DONNA
Ci sono almeno due modi per usare il termine “immagine”. Riferendosi a:

  1. Le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo delle donne fotografate quotidianamente nel mondo e visualizzate tramite un supporto (schermo, carta).
  2. L’immagine (immaginazione) mentale delle persone che hanno nei confronti delle donne.

Fondamentalmente si afferma che:

La frequenza dell’uso dell’immagine di corpi femminili sia eccessiva, o che l’uso di immagini di corpi femminili in un certo modo sia illegittima.

Secondo gli accusatori c’è abuso dell’immagine del corpo di qualcuno quando:

  1. si usa l’immagine del corpo di una donna per esaltare o decorare altre cose, come le merci.
  2. si usa l’immagine del corpo di una donna per rappresentare una persona sempre disponibile a soddisfare desideri (soprattutto sessuali).
  3. si usa l’immagine del corpo di una donna in un certo modo che è troppo frequente rispetto agli altri modi in cui si potrebbe usarla.
  4. si usa l’immagine del corpo di una donna in un modo in cui non si dovrebbe mai usare (donne nude accanto ad uomini vestiti).


C’è chi afferma che sia solo un fraintendimento quello di intendere che le persone critichino l’uso del proprio corpo nudo da parte delle donne, ma che in realtà si critichi solo l’uso in ambito commerciale. Ma ci sono molti esempi che smentiscono questa affermazione sull’andamento delle cose, e mostrano come in realtà non si critichi solo l’uso dell’immagine di un corpo femminile come decorazione di una merce o come rappresentazione di una donna sempre disponibile, e soltanto in pubblicità, ma che lo si fa anche dal vivo, per quanto riguarda performance che non hanno a che fare con l’accostamento a merci o che non rappresentano personaggi.
Ad esempio vengono criticati i motoraduni, poichè ci si inseriscono spogliarelli e varie performance che hanno a che fare con la nudità e la sessualità. Come è accaduto nella pagina “Femminismo” e nella pagina “Il maschilista di merda” che hanno criticato nelle loro pagine il Motoraduno “Ruotesfonde” del 2013, linkando l’evento e scrivendo “non so a voi, ma a me viene davvero lo schifo più profondo. leggete il volantino, più che un motoraduno sembra un bordello”.

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E tra i commenti c’è chi suggerisce che fare certe cose “dal vivo sia decisamente ancora più degradante” rispetto alle pubblicità.

Chi non percepisce automaticamente lo schifo che percepiscono le persone che criticano un evento del genere si chiedono perchè queste persone scelgono di giudicare pubblicamente un motoraduno gestito così e dire che sembra un bordello. Soprattutto considerando il fatto che sono pagine che sostengono la denominazione “troiofobia”, contro la soprressione della libertà sessuale delle donne. Lo stesso linguaggio infatti, in particarle “sembra un bordello”, usato da altre persone, sarebbe stato da loro stesse criticato. Questo dimostra come la razionalità sia poco usata in certi giudizi, e che si faccia due pesi e due misure.

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A volte chi si occupa di violenza, dall’essere gruppi di donne e persone disponibili sui territori per qualunque richiesta di aiuto, che deve venire da chi ne ha bisogno senza forzature, è diventato/a rieducatore/trice del sentire delle donne. Quelle che non percepiscono certi concetti devono essere rieducate, oppure i maschi non cambieranno mai se troveranno ancora donne in un certo modo. Si impone così una morale per cui ogni donna, a prescindere da quello che le piace o no, viene costretta a percepire come violenza perfino quello che le piace.

USO DELL’IMMAGINE DI QUALCUNO NELL’ESALTAZIONE O DECORAZIONE DI ALTRE COSE
Secondo alcune teorie l’immagine del corpo delle donne è abusata quando decora ed esalta qualcos’altro e quindi ad essere criticato è l’uso dell’immagine in quei casi e non in tutti i casi. E neanche la donna che fa foto amatoriali o professionali ma che non pubblicizzano una merce o che non rappresentano una donna sempre disponibile. Questo perché secondo alcuni la donna che gira in minigonna per strada non provoca violenza, così come le donne che condividono le proprie immagini di nudo nei social network o nei propri siti, e invece la donna in pubblicità la provoca.

La fotografa Anne Geddes sarebbe una grande oggettificatrice in base a questa teoria.

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Le conseguenze di questa teoria sono molte.
Lo stesso atto di appendere un calendario di nudo in camera può essere oggettificante, in base a questa teoria, perché l’immagine stampata della donna decora la stanza. Così come inserire delle immagini di donne nude su un sito web accanto ai nomi dei link perché decorano il sito. Allora, tutto ciò dovrebbe essere vietato dallo Stato o disprezzato dalla morale?

La stessa cosa accade con gli animali, ma degli animali il femminismo non si preoccupa che possano essere abusati in seguito alla visione di certe immagini.

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Qual’è la differenza tra una donna in pubblicità e nella vita reale?
Secondo i sostenitori della teoria dell’oggettificazione una donna che indossa la minigonna e cammina per strada, potrà essere seducente, ma non è una donna oggetto.
Perché una donna per essere definita “donna-oggetto” deve presentare le caratteristiche di:
proporsi come bene a disposizione dell’osservatore
decorare l’ambiente che ha attorno

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Una donna in pubblicità (sia fotografiche che video) viene definita in modo diverso da una donna nella vita reale, perché una donna in pubblicità si propone come “bene a disposizione”, e una donna che passeggia, o vive la sua vita in locali, uffici, case in gonna, vestita sexy non si propone come bene a disposizione.
Per comprendere questo concetto bisogna capire che cosa significhi “proporsi come bene a disposizione”, e verificare se effettivamente in pubblicità una donna si proponga come bene a disposizione.

Inoltre, una donna nella vita reale non usa la propria immagine per decorare l’ambiente che ha attorno, non decora né la strada, né le automobili, né ad altri prodotti, né altre persone e personaggi ritenuti più esperti e autorevoli di lei. In realtà, a volte una donna può essere pagata per uscire con l’uomo, e fargli fare bella figura, e quindi decorarlo.

Ma in genere usa la gonna per decorare il proprio corpo, e usa il proprio corpo per decorare la propria personalità. Quindi, secondo questa teoria il problema relativo alla violenza non è il nudo, né l’immagine della donna, ma il modo in cui l’immagine del corpo della donna viene mostrata che viene definito con degli aggettivi: oggettivata, subalterna, degradante e umiliante.
Questo è un giudizio politico sull’uso dell’immagine dei corpi e quindi la libertà individuale di veline, ballerine e modelle non può prevalere su qualcosa che riguarda la politica, e quindi il popolo.
Quindi, è l’uso della propria immagine al fine di abbellire qualcos’altro che alcuni ritengono sbagliato. Ma anche un testimonial (donna o uomo) decora ed esalta altre cose, ad esempio merci.

Ma che cosa significa rappresentare una donna “sempre” disponibile?
Una immagine non possiede la dimensione del tempo, perciò si può rappresentare il tempo con degli artefatti. Ad esempio inserendo nella stessa immagine più atti compiuti dalla stessa persona in modo da indicare momenti precisi di tempo diversi tra l’oro e lasciare all’osservatore il compito di immaginare ciò che accade prima e dopo gli atti visibili.
Per rappresentare una donna sempre disponibile come si fa?

SPECULAZIONE SULL’IMMAGINE DEL CORPO

Difficile comprendere che cosa significhi “speculare sui corpi” riferito alle immagini pubblicitarie o ai video televisivi. Se il termine “speculare” significa “comprare e vendere guadagnando sulla differenza dei prezzi”, oppure “approfittare” “fare profitto”, per quanto riguarda il guadagnare soldi bisognerebbe chiedersi perché guadagnare soldi attraverso l’immagine di corpi vestiti, oppure di cani, gatti sarebbe diverso dal guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, soprattutto se femminili. Se è sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, dovrebbe essere sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di qualsiasi corpo, a meno che non ci sia una differenza tra corpi vestiti e svestiti, o tra esseri umani e animali. Qual’è questa differenza che chi giudica negativamente l’atto di guadagnare attraverso l’immagine del corpo non viene detto, viene dato per scontato. Per quanto riguarda “l’approfittarsi” ovvero “cercare un utile sfruttando senza scrupoli situazioni favorevoli” sicuramente le fotomodelle sfruttano la situazione favore di avere un aspetto conforme ai canoni, e di essere donne e quindi soggette a giudizio estetico, a differenza, in proporzione, degli uomini. Ma anche le fotomodelle che si fanno fotografare vestite sfruttano la corrispondenza del proprio aspetto con i canoni richiesti. Si tratta di trarre un utile a danno degli altri, bisognerebbe chiarire qual’è il danno che provoca agli altri. Forse il fatto che le ragazze considerate belle, e le persone di sesso femminile, possono ricevere certe opportunità economiche e gli altri no.

USO UNIDIREZIONALE DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

Tutti i soggetti coinvolti, pubblicitario/a, fotografo/a e fotomodella, usano la fotocamera per ottenere ciò che vogliono, entrambi usano le onde elettromagnetiche per ottenere ciò che vogliono. C’è uno uso reciproco e non a senso unico, e indiretto e non diretto del corpo del soggetto. E una soddisfazione reciproca. Il piacere di sapere che altri provano piacere per lo stesso oggetto osservato, in questo caso le foto, il piacere di sentirsi stimati per le proprie caratteristiche estetiche e capacità creative, e il piacere di ricevere soldi con i quali soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. Quindi usano indirettamente editori e riviste per arrivare a usare chi vede queste riviste. Senza i quali non esisterebbero riviste.

Esiste una differenza tra uso diretto uso indiretto.

Una volta compreso che non è il corpo ad essere usato, ma l’immagine del corpo, si può passare ad analizzare le altre accuse o aggravanti di sessismo tra uomo e donna, come il pensiero che il fotografo non fa usare l’immagine del proprio corpo, mentre la fotomodella fa usare l’immagine del proprio corpo diventano falsificate. Perché in realtà il fotografo non fa usare l’immagine del suo corpo. La fotomodella fa usare l’immagine del suo corpo.
Così come la fotomodella usa indirettamente la fotocamera che possiede il fotografo, la sua conoscenza della fotocamera, la sua conoscenza delle regole della percezione, il suo gusto, la sua capacità di muoversi, il suo tempo e usa direttamente la sua volontà a fotografarla per poter guadagnare soldi od ottenere vantaggi psicologici di altro tipo. In totale parità e reciprocità.

FREQUENZA DELL’USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

ABUSO (dell’immagine del corpo)

C’è chi usa la parola “abuso” per dire che c’è un “abuso del corpo delle donne” o dell’immagine delle donne.
Abuso significa, eccessivo, illecito, improprio. Esprime quindi una critica molto diversa dalla critica che negativizza l’uso generico dell’immagine del corpo delle donne. Infatti la Boldrini propone di limitare questo uso, e quindi si può implicare che lo consideri un abuso. Poiché non si usa il corpo delle donne, ma l’immagine del corpo delle donne, si deve tradurre l’espressione con “abuso dell’immagine del corpo delle donne”.
Allora il problema sta nel capire dove sta l’eccesso di uso e perché si può considerare un eccesso, in base a quale parametro è un eccesso.
Rientra nel concetto di abuso, un utilizzo termine “uso” con valenza negativa.

La parola “uso” assume un significato molto negato si diventa “usata/o”. “Mi sento usata/o”, “è stata usata/o”. Essere usata/o come una ruota di scorta”. Indica una svalutazione dell’altro, dei suoi desideri, e bisogni.
Forse questa identificazione tra la parola “uso” e il concetto di mancanza di empatia porta a credere che ogni “uso” di una persona sia privo di empatia, e quindi da criticare, e impedire. Perciò l’uso dell’immagine del corpo delle donne sarebbe una mancanza di empatia nei confronti delle donne. Ed è questa identificazione tra il concetto di “uso” e “mancanza di empatia o mancanza di rispetto” che porta alla denigrazione di certe donne che attuano certi comportamenti sessuali. Denigrazione fatta con la parola “troia”. Per molti, una troia è una donna che si fa usare (senza empatia e senza rispetto).
Come può avvenire un uso dell’altro senza empatia e senza rispetto? attraverso l’inganno, attraverso la forza, attraverso l’alterazione mentale dell’altro con sostanze stupefacenti o alcoliche.

Dalla falsa credenza che il corpo venga usato nascono rappresentazioni di concetti rivolte a denunciare e accusare i produttori di oggettificazione.

  1. il corpo viene usato in modo passivo al soggetto, come senza consenso (senza chiedere il permesso)
  2. il corpo viene usato in modo separato dalla mente e della persona (oggettificazione)

Un sedere tagliato dal resto del corpo all’interno di una confezione in genere usata per distribuire carne da cottura con scritto “dirty market” ovvero “mercato sporco”. L’idea rappresentata è quella dell’espressione “pezzi di carne” di “le donne vengono trattate come pezzi di carne”.

CONFUSIONE TRA SCEGLIERE DI DARE PIACERE, SOTTOMETTERSI ED ESSERE ABUSATI

C’è una differenza tra dare piacere e sottomettersi? Se si, qual’è la differenza tra dare piacere e sottomettersi?
Compiacere significa “assecondare, condiscendere, fare piacere a qualcuno. soddisfare, accontentare.”

Per quanto riguarda le relazioni con gli altri molte persone spesso mettono in atto due tipi di comportamenti non produttivi con l’idea di creare qualcosa di positivo per sé.

Uno è quello di pretendere di cambiare gli altri, criticandoli, insultandoli, ricattandoli, aggredendoli, l’altro è quello di cercare di cambiare, o, meglio, di adattare se stessi alle esigenze degli altri tanto da rinnegare la propria personalità, i propri desideri, i propri bisogni e soffrirne.

Compiacere gli altri, se inteso come “comportarsi nel modo che si suppone ci renda piu’ graditi/e e si permetta di essere accettati/e e  amati/e dagli altri”, può non permettere di sentirsi sereni, ma provochi addirittura sofferenza, perché tesi nell’autocensurare qualcosa che impedisce di esprimersi a pieno e quindi di tirare fuori tutto il proprio valore e la peculiarità del proprio fascino in modo che si riceva un apprezzamento dovuto a una conoscenza reale e non falsificata. Ma questa è una possibilità, e non una conseguenza inevitabile e predeterminata.

E poiché, se si parla di giusto e sbagliato ci si riferisce alla sofferenza e al piacere nei confronti dei quali tutti fanno i conti, si può concludere che il compiacere si divida in due tipi: Quello in cui c’è sofferenza e quello in cui non c’è sofferenza. Infatti, se uno nel soddisfare la richiesta di qualcuno chiede qualcosa non prova sofferenza, non fa uno sbaglio o se nel cambiare qualcosa di sé non provoca sofferenza in sé stesso non c’è un problema. E quindi non c’è né pretesa autoritaria, né sottomissione.

Se così non fosse, ma fosse vero il pensiero semplicistico che afferma la sottomissione sia “fare ciò che vuole un altro”, a prescindere da ciò che provoca, tutto può essere interpretato come sottomissione, anche una madre che imbocca un bambino, anche qualcuno che aiuta qualcuno che gli chiede aiuto, e quindi sbagliato. Ma così non è.

Tuttavia, il lavoro della fotomodella comporta un guadagno e quindi una reciprocità. Lei da qualcosa e riceve qualcosa.
Scambiare le metafore per la realtà può avere conseguenze deleterie. Perché non equivalgono le foto e la realtà. Oppure sarebbe oggettificante la stessa pubblicità sociale che si propone di eliminare e criticare le fotografie in cui ci sono corpi o parti del corpo nude, e quindi sarebbe contraddittoria. Ma chi la crea sa che non è automaticamente oggettivante una foto così. Infatti deve aggiungere qualcosa. Come la confezione nella quale viene venduta la carne per alimentarsi. E il fatto che sia tagliata, come è tagliato il sedere contenuto da tale confezione. Elementi che nella realtà in cui qualcuno fotografa qualcun altro non ci sono.

E ci sono alcune ragazze che possono anche abusare della disponibilità del fotografo. Fingono di provare sentimenti per il fotografo e ottenere da lui fotografie gratuite, anche con una sorta di dovere poiché fidanzate con essi. Una ragazza che pretende con arroganza le foto scattatele per poterle usare e ottenere vantaggi grazie al desiderio degli altri di vedere il suo aspetto perché dovrebbe essere definita come oggettificata e sottomessa?

Il corpo di un singolo individuo femminile (il corpo di una donna) non appartiene a tutte le donne, cioè un’idea astratta con la quale si immagina tutta la somma degli esseri umani femminili sul pianeta terra, ma appartiene alla persona reale e non astratta che si sente viva in quel corpo.

E poiché in diritto, la proprietà è un diritto reale che ha per contenuto la facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento giuridico (art. 832 del codice civile italiano), dunque ad avere la possibilità di decidere come usare il proprio corpo e non gli altri. Gli altri hanno solo il diritto di usare la sua scelta di usare il suo corpo. Che si usi la scelta dell’altro di usare il proprio corpo e non direttamente il corpo dell’altro è dimostrato dal fatto che le persone che non vogliono farsi vedere non lo fanno neanche a pagarle oro, ad esempio quelle che si vergognano, o imbarazzano. Quindi, non si usa il corpo del soggetto fotografato, ma la sua scelta di far usare le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo.
Perciò, traducendo con questa concezione si dovrebbe dire “limitare l’uso della scelta di far usare il proprio corpo”.

Quindi, poiché nella realtà quando si parla di uso del proprio corpo non si pensa che si stia usando anche il corpo degli altri, viene naturale ipotizzare che chi usa l’espressione “il corpo delle donne” forse intende dire qualcos’altro di diverso rispetto al corpo della somma degli esseri umani femminili, ma cosa si intende dire?

Si può partire dal considerare che, c’è differenza tra dire: “Il corpo di una donna” e “il corpo della Donna” con la d maiuscola e singolare e “il corpo delle donne”.

Queste differenze sono:

  1. che il corpo viene oggettificato
  2. che la scelta dei contenuti, dello stile fotografico è dell’azienda, o di chi possiede i soldi e questo viene inteso come sinonimo di mancanza di libertà individuale

Dopo aver compreso che l’uso del corpo non è un male in sé, e che in fotografia non si usa il corpo del soggetto fotografato ma si usano le onde elettromagnetiche riflesse dal suo corpo e la sua libera volontà da farsi fotografare, è necessario comprendere cosa significa oggettificazione.

STRUMENTALIZZAZIONE
Il premio immagini amiche sul sito recita che intende valorizzare una comunicazione che non strumentalizzi le donne.
Tuttavia, per capire che cosa significhi ciò che i creatori del premio immagini amiche vogliono perseguire bisogna sapere a cosa certe parole si riferiscano nel mondo reale. “Strumentalizzare le donne” cosa significa? Qualcuno, analizzando in modo approfondito tale espressione può arrivare a delle conclusioni opposte rispetto a quelle di chi organizza un tale premio, e quindi a essere in disaccordo con l’etichettare nemiche certe immagini. Perciò, se non si vuole giungere a conclusioni arbitrarie e ingiuste, è necessario un procedimento comune per analizzare certe immagini, i cui passaggi siano spiegati e giustificati.

Uno sgabello utilizzato per raggiungere la marmellata inserita in alto nei cassetti della cucina è uno strumento, e quindi la materia che compone lo sgabello viene strumentalizzata. Così come le posate, i piatti, il letto, il personal computer.
Ma in questa interpretazione del concetto non c’è un valore negativo, e l’assenza di un valore negativo porta a dedurre che se esiste un valore negativo della parola, allora non è l’unico valore, ma esiste sia un valore positivo che uno negativo del termine.
Si tratta di comprendere cosa questa parola indichi quando è usata in modo negativo, tra le varie azioni che compiono gli esseri umani nei confronti degli altri esseri umani, e perché quelle azioni indicate dalla parola abbiano un valore negativo.

Per capire cosa significa, si può considerare che il concetto di strumentalizzazione ha delle comunanze con i concetti di “oggettificazione” e “mercificazione”. Ciò che viene oggettificato viene reso mezzo per ottenere un qualcosa, al di là della sensibilità umana, così come ciò che è mercificato viene reso mezzo per ottenere qualcosa. Ma ciò che è strumentalizzato non viene necessariamente reso merce. Si può quindi dire che le parole “strumentalizzazione” e “oggettificazione” indicano gli stessi eventi nel mondo reale.

ESSERE OGGETTIFICATI

Per affermare che queste immagini esterne, stampate o su monitor, siano negative si usa spesso il termine “oggettificazione”. Accusando chi le ha prodotte di non rispettare le donne.
Ma se un fotografo o una fotografa, o un soggetto fanno certe foto e affermano invece che il loro desiderio è quello di rispettare le donne, l’altro che giudica la foto oggettificante non riesce a capire, e ci vede una contraddizione. E può dire: “ciò che le tue immagini comunicano è contrario al rispetto della donna, e se tu vuoi essere uno che rispetta le donne, quelle foto sono l’ultima cosa che devi fare. Una donna nuda con le gambe aperte, o la figa aperta è l’ultima cosa che devi fotografare”. Dunque è necessario chiarire chi dei due abbia ragione. Per chiarire dove sta la verità è necessario verificare nella realtà.

Se si vuole conoscere la verità, non si può dare per scontato niente, perché ogni pensiero sulla realtà può essere vero o falso, dato che la caratteristica dei pensieri è che non sono la realtà e sono indipendenti dalla realtà, ma possono coincidere con essa e darne una rappresentazione fedele.
Quindi, chi afferma di essere oggettificata/o da una foto, per poter permettere a chi lo ascolta di crederci, deve dimostrare che quest’affermazione corrisponde alla realtà.

Procedendo alla scoperta della verità di un’affermazione del genere si deve considerare che per poter essere vera l’affermazione “sono oggettificata/o”, riferita alla visione di una foto fatta a un’altra persona, dovrebbero essere vere anche altre cose.
1. Per prima cosa dovrebbe essere vero che si può essere che l’oggettificazione esiste.
2. Più in particolare dovrebbe essere vero che si può essere oggettificati attraverso un evento che accade al di fuori del proprio ambiente percepito. Infatti, chi vede una foto fatta da un’altra persona a un’altra persona, e vista da altre persone, per arrivare a pensare di essere oggettificata deve prima pensare che in conseguenza all’esistenza di quella foto qualcosa possa accadere a sé stessi.
3. Inoltre, dovrebbe essere vero che la foto in questione abbia il potere di oggettificare.

Quindi, cercando un ordine con cui procedere, la prima azione che si dovrebbe compiere dovrebbe essere scoprire se l’oggettificazione esiste, perché se non esiste non avrebbe senso ricercare la verità del pensiero che si possa essere oggettificati attraverso la produzione di una foto fatta da altri, o che una certa foto che si vuole giudicare abbia il potere di oggettificare.
Se si scoprisse che l’oggettificazione esiste, allora si dovrebbe procedere con lo scoprire se si può essere oggettificati attraverso foto fatte da altri, e infine si dovrebbe scoprire se quella precisa foto che si vuole giudicare possiede le caratteristiche per oggettificare qualcuno.
Tuttavia per iniziare tutto il procedimento logico che porta alla conclusione sulla verità o falsità delle accuse rivolte a certe immagini, si deve prima sapere cos’è l’oggettificazione.

OGGETTIFICAZIONE

Cos’è l’oggettificazione?

Non è un concetto che tutti conoscono, e non è una parola usata da tutti quotidianamente. C’è chi infatti ricordandola malamente dice “oggettizzare” invece che “oggettificare”. Perciò è necessario spiegare cosa significhi.

Il filosofo Simone Regazzoni nel libro Pornosofia scrive: Per Lukacs la reificazione (dal latino res, “cosa”) è un processo in cui “un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere di cosalità” In altri termini, la reificazione sarebbe l’attribuzione del carattere di cosalità alle relazioni tra persone, la trasformazione degli altri o di sé in oggetti, in mere cose.”

Per comprendere quale cambiamento di relazione si descrive nell’usare la parola oggettificazione è necessario comprendere quali sono le caratteristiche che hanno gli oggetti ma che non hanno gli esseri umani.
Si può cercare di paragonare le persone alle cose e trovare le differenze. Le persone sono materia vivente e gli oggetti sono materia non vivente.

Gli scienziati distinsero i viventi dai non viventi. Solo i viventi fanno il ciclo vitale, un percorso che va dalla nascita alla morte. Le attività che i viventi svolgono si chiamano funzioni vitali. Tutti i viventi hanno bisogno innanzitutto di nutrirsi ma animali e vegetali non si nutrono allo stesso modo. I vegetali, al contrario degli altri animali, non hanno bisogno di mangiare un altro essere vivente ma grazie alla luce del sole, si fabbricano il cibo da soli. Tutti i viventi sono composti da cellule. Le cellule sono i componenti di base di tutte le strutture viventi. Alcuni organismi sono costituiti da singole cellule, come i batteri, altri da moltissime cellule, come noi umani. Richiedono energia. I sistemi viventi conseguono uno stato di organizzazione usando energia che estraggono dal loro ambiente. Anche molti sistemi fisici estraggono energia dall’ambiente, ma un sistema vivente si distingue per il fatto che utilizza l’energia per convertire il materiale tratto dall’ambiente in una forma che è caratteristica di se stesso. Questo processo è noto come metabolismo. Si riproducono. Tutti gli organismi viventi si riproducono in modo sessuato o asessuato. Mostrano ereditarietà. Gli organismi viventi ereditano tratti dagli “organismi-genitori” che li hanno creati. Questo meccanismo è chiamato ereditarietà. Rispondono all’ambiente. Tutti gli organismi viventi rispondono agli stimoli dell’ambiente in cui vivono. Mantengono l’omeostasi. Tutti gli esseri viventi mantengono uno stato di equilibrio interno. Questa caratteristica è chiamata omeostasi. Si evolvono e si adattano. Tutti gli organismi viventi si evolvono e si adattano al proprio ambiente.

FUNZIONAMENTO DELL’OGGETTIFICAZIONE
Poiché si pensa che ci sia una interdipendenza tra immagini esterne al proprio corpo (percepite) ed interne alla propria mente (pensate) si teme che la visione ripetuta di certe immagini esterne ritenute negative da alcune persone, ma non da altre, modifichi le immagini interneportando a comportamenti negativi.

LA DISTINZIONE TRA OGGETTO ED ESSERE UMANO

Ma gli essere umani non hanno la capacità di percepire attraverso i soli sensi l’esistenza di cellule, l’uso dell’energia che queste cellule fanno, le funzioni vitali di un organismo, perché queste conoscenze si possono ottenere solo attraverso l’uso di strumenti come i microscopi, eppure in una frazione di secondo sanno distinguere un essere vivente da un oggetto e dire “ciao! quanto tempo! come stai?”.

RICONOSCIMENTO VISIVO DEGLI OGGETTI
La percezione visiva nella specie umana riguarda stimoli complessi che sono riconosciuti attraverso un’interazione fra il risultato dell’analisi delle loro caratteristiche fisiche, da una parte, e le informazioni depositate in memoria, dall’altra. Il riconoscimento di un oggetto avviene attraverso il confronto (matching) fra lo stimolo esterno e la sua rappresentazione conservata nella memoria, ciò che vien detto traccia mnestica e in cui è associato il nome relativo all’oggetto riconosciuto.

La relazione tra la percezione e gli altri processi cognitivi nel riconoscimento di stimoli visivi viene studiata distinguendo vari stadi di elaborazione dell’informazione fisica presente nello stimolo in arrivo ai fotorecettori retinici. Nei primi stadi è compiuta un’analisi di tipo sensoriale, relativa alle caratteristiche fisiche dello stimolo (orientamento, frequenza spaziale, lunghezza d’onda, movimento). Questa analisi primaria permette di staccare la figura dallo sfondo, di distinguerla fisicamente dagli altri stimoli. L’identificazione avviene quando a ciascuna figura è assegnato un nome. Il nome non costituisce solo un’etichetta che serve a distinguere uno stimolo da un altro. A tal fine basterebbe denominare ciascuno stimolo con un numero scelto a caso. Il nome, invece, rimanda piuttosto a un reticolo di altri nomi che sono conservati in memoria e che denotano ciascuno il significato di questo stimolo.

Oltre a saper riconoscere le forme umane, riescono a riconoscere che questi umani sono vivi attraverso ciò che è visibile e udibile. Movimenti e rumori dei movimenti del corpo e suoni del linguaggio. Gli esseri umani si muovono e producono dei rumori muovendosi, ed emettono suoni quando parlano e gli oggetti invece sono immobili, quindi non producono rumori, e non parlano.

SENSO LETTERALE DI OGGETTIFICAZIONE COME AGNOSIA
Se si prende in modo letterale il concetto di oggettificazione il risultato è il parlare dell’agnosia. L’agnosia (dal greco a-gnosis, “non conoscere”) è un disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari. Può presentarsi separatamente in relazione a ciascuno dei cinque sensi e per ogni senso sono riscontrabili diversi tipi di agnosia (prosopoagnosia, agnosia musicale, stereoagnosia o agnosia tattile, agnosia visuo-motoria, ecc.). In pratica, la persona affetta da agnosia può utilizzare una forchetta invece di un cucchiaio pensando di aver scelto il cucchiaio, oppure una scarpa al posto di una tazza o un temperino invece della matita. Spesso è associata a lesioni riguardanti aree posteriori del cervello. Varie forme di agnosia vengono descritte in alcuni saggi di Oliver Sacks.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un saggio neurologico di Oliver Sacks, pubblicato per la prima volta a New York nel 1985. In esso l’autore racconta alcune sue esperienze cliniche di neurologo e descrive alcuni casi di pazienti con lesioni encefaliche di vario tipo, che hanno prodotto i comportamenti più dolorosi e imprevedibili.

Questo caso, considerato tanto importante dall’autore da spingerlo a intitolarvi tutto il saggio, narra del dottor P., «eminente musicista», che cominciò gradualmente a manifestare una progressiva incapacità di dare un significato a ciò che vedeva, ed a confondere tra di loro gli oggetti (e soprattutto le persone viventi) appartenenti alla sua vita quotidiana. Il titolo deriva proprio da una delle gaffes di questo paziente, che alla fine di un colloquio con il dottor Sacks confuse la testa di sua moglie con il suo cappello, e l’afferrò tentando di mettersela in testa.
Nella sua trattazione, Sacks sottolinea più volte come il dottor P. non avesse alcun deficit visivo, ed avesse anzi uno spirito di osservazione molto acuto: semplicemente, in lui era scomparsa la capacità di assegnare un significato visivo agli oggetti che vedeva attorno a sé, sebbene fosse in grado di riconoscerli utilizzando gli altri quattro sensi.

PARAGONE TRA DONNA E OGGETTO COME METAFORA
Una delle differenze tra esseri umani e cose è che non si possono violentare gli oggetti. Non hanno una volontà che può essere violata, e quindi non difendono questa volontà urlando, piangendo, scalciando o chiedendo aiuto. Invece chi violenta è consapevole di star violando la volontà di qualcuno e di faticare nel farlo, percepisce coni sensi urla, pianti, calci, e richiami d’aiuto. Perciò, il paragone tra donna e oggetto è un paragone debole.

Infatti bisogna specificare che la parola oggetto viene usata come metafora. La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è una figura retorica, cioè un artificio in un discorso, volto a creare un particolare effetto, che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente, in una descrizione realistica occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Dunque ciò che si afferma non è realmente così, ma si può immaginare che sia così, e che sia una metafora è ulteriormente dimostrato dal fatto che in fisica non si possono trasformare esseri umani in oggetti se non uccidendoli.

Infatti, chi parla agli oggetti viene considerato “matto”, e nessuno direbbe “ciao” quanto tempo! come stai?” a un palo della luce. Dunque, questo dimostra che quando si parla di oggettificazione non si sta parlando di un fenomeno fisico, e che quando si dice che il corpo di una donna è oggettificato si aggiunge un’altra metafora alla parola metaforica “oggettificazione”, perché non è il corpo di una donna fotografata che viene oggettificato, ma è la relazione. Quindi non donna-oggetto ma relazione-oggetto, cioè strumentale.

E inoltre anche se ci si riferisce alla visione dell’osservatore anche in quel caso si usa la parola oggettificazione come una metafora, oppure l’osservatore sarebbe affetto da schizofrenia perché scambierebbe un essere umano con un oggetto come può essere un porta cd, una bottiglia, un caricabatterie, senza accorgersi che respira, si muove, e soffre.

SIGNIFICATO MATERIALE DEL TERMINE OGGETTIFICAZIONE
In sintesi, c’è oggettificazione quando si ignora la volontà contraria altrui nell’usare il suo corpo o si inganna la sua volontà facendogli credere che sta vivendo un’esperienza diversa da quella reale (dichiarare di essere innamorati) per avere l’opportunità di usare il suo corpo tramite la sua scelta volontaria.

ESISTENZA DELL’OGGETTIFICAZIONE

Quindi, una volta scartati dei significati insensati al termine “oggettificazione” e compreso il reale significato del termine “oggettificazione”, in base a questa definizione si può identificare l’oggettificazione in alcune vicende della vita, e quindi affermare che esiste. C’è oggettificazione nello stupro, o nel ricatto, cioè la costrizione attraverso violenza o minaccia, a far fare o a non far fare qualche atto a qualcuno al fine di trarne un ingiusto profitto con altrui danno. Ed entrambi gli atti giudicabili oggettificanti sono reati.
Quando un/una datore/datrice di lavoro pretende dal proprio dipendente comportamenti che non rispettano la sua umanità, e quindi le caratteristiche umane come la fallibilità, il bisogno di riposarsi, di non sentirsi umiliato, perseguitato, reso inferiore lo sta oggettificando.

Un esempio di estrema oggettificazione può essere rappresentata da un fatto di cronaca. Ad esempio nell’Aprile 2013, un macellaio è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso, fatto a pezzi e messo in vendita la carne di sua moglie nel banco della sua macelleria in Egitto spacciandola per agnello.

Un cliente si è insospettito dalla carne e ha chiamato la polizia chiedendo che fossero fatti i rilievi che hanno poi confermato che si trattasse di carne umana, l’uomo poi ha confessato. Il movente? La moglie continuava a disobbedirgli.
Le oggettificazioni possono essere catalogate per grado di intensità dei danni che procurano. L’omicidio è l’oggettificazione più grave poiché annulla la volontà altrui, poi lo stupro che ignora la volontà altrui e in alcuni casi viene fatto con il godimento del non rispettare la volontà altrui, il ricatto che ignora la sensibilità e i bisogni altrui, e la pretesa che l’altro funzioni come qualsiasi strumento quotidiano e non come un essere umano, che ha la caratteristica di soffrire, distrarre l’attenzione, fallire, aver bisogno di riposo dalla fatica fisica, di poter riprovare a compiere la stessa azione, di sentirsi accettato e nel giusto, ad esempio una macchina, un computer, che si piegano alla volontà dell’umano che li usa, un funzionamento che può avere diversi scopi, come il far guadagnare l’azienda in cui lavora, o il soddisfare le necessità del partner, dal parlare come vuole l’altro, ad esempio vestirsi come vuole l’altro, pensare ciò che vuole l’altro, fare sesso come vuole l’altro.

Una volta stabilito che si può essere oggettificati dalle altre persone, bisogna capire se questo può accadere anche nella produzione o nella visione di fotografie di persone nude o in atti che rimandano al sesso. Per capirlo si possono considerare le spiegazioni che le persone danno riguardo al proprio giudizio sulle immagine in cui identificano la presenza di oggettificazione.

SENTIRSI OGGETTIFICATI

Una falsa prova usata da molte persone per dimostrare la presenza di oggettificazione in una fotografia è quella dell’esprimere un sentimento chiamandolo “oggettificazione”.
Molte persone affermano “mi sono sentita/o oggettificata/o” guardando quella foto. E da questa affermazione fanno seguire “poiché mi sento oggettificata, allora quell’immagine è oggettificante”.
Affermare, di sentirsi oggettificati, può non essere considerato un errore da molte persone, eppure a una analisi di ciò che realmente significa questa affermazione si giunge alla conclusione che è il risultato di uno scambiare emozioni con pensieri, perché l’oggettificazione non è un’emozione, ma un pensiero, si pensa di essere oggettificati e poi si prova un’emozione negativa, non ci si sente oggettificati.

Una comune fonte di confusione provocata dal linguaggio abituale è l’utilizzo della parola “sentire” fatto senza in realtà esprimere un sentimento, ma con la credenza che si stia realmente esprimendo un sentimento. Ad esempio, nella frase “mi sento di non aver fatto un buon affare” le parole “mi sento” potrebbero essere sostituite, con maggior precisione, da “penso”. In generale, i sentimenti non sono espressi in modo chiaro quando il verbo sentire è seguito da parole quali “che”, “come”, “come se”. Ad esempio “sento che dovresti saperne di più”. “Sento di essere un fallimento”. “Mi sento come se vivessi con un muro”.

Dietro a una parola che indica un sentimento come “sento” si nasconde quindi un pensiero che diventa invisibile a chi pronuncia qualcosa su ciò che sente, a causa del fatto che la propria attenzione è incentrata sulla parola sentire e illusa che si stia parlando di sentire. Questa confusione provoca una interpretazione non corrispondente alla realtà, e di conseguenza comportamenti non corrispondenti alla realtà. Quindi, se si vuole essere in sintonia con la realtà si deve distinguere le parole che esprimono dei sentimenti veri e propri e le parole che esprimo quello che pensiamo di essere, o che ci stia accadendo.

 

Il motivo per cui una persona penserebbe di essere oggettificata a causa di una foto fatta a un’altra persona, è che questa persona pensa che essendo della stessa specie, o dello stesso sesso, del soggetto fotografato, e che la persona che osserva la fotografia prodotta attraverso un altro essere umano, incriminata di essere oggettificante

E quindi non si può generalizzare sui rapporti sessuali poiché si usa il corpo altrui. Oppure, per il semplice fatto che c’è un uso del corpo ogni rapporto sessuale ma anche psicosessuale (e quindi sentimentale) sarebbe oggettificante, perché senza l’uso e la concentrazione sul corpo non ci sarebbe libido.

L’uso oggettuale del corpo, ovvero fatto concentrandosi sulle sue caratteristiche fisiche viene fatto autonomamente da moltissime ragazze. Nel body painting, e nei tatuaggi si usa il corpo per mostrare dei disegni colorati o non colorati.

Si potrebbe trovare una somiglianza nel rapporto con gli oggetti nel fatto che sulle superfici inorganiche si dipinge, o si disegna, o ci si stampa qualcosa proprio perché non soffrono questi materiali. farsi tatuaggi provoca dolori, bruciori, che fanno anche piangere e ai quali bisogna resistere stando per fermi per poterli fare. cosa che una fotografia non fa, perché non agisce sul corpo, ma sulla luce riflessa da un corpo.Un pennello sfiora il corpo e ci lascia sopra delle sostanze, un ago per tatuaggi buca il corpo e lascia dentro le ferite della pelle delle sostanze, ritardando la cicatrizzazione con sostanze particolari. Oppure farsi mettere un piercing. Cioè forare alcune parti superficiali del corpo allo scopo di introdurre oggetti in metallo (talvolta ornati con pietre preziose), osso, pietra o altro materiale. Ma questo tipo di azione non viene accusato di creare la donna oggetto. Le immagini che accusano di creare la donna oggetto hanno una caratteristica differente. C’è il sesso oppure i soldi.

Allo stesso modo in cui certe ragazze chiedono a qualcuno di farsi tatuare sul corpo, o inserire nella pelle del corpo i piercing, chiedono a qualcuno di farsi fotografare il corpo.

Ancora più corrispondente al concetto di usare il corpo senza curarsi della sua sofferenza come fosse un oggetto insensibile, , è la body modification, che consiste nell’usare ganci per appendersi. C’è chi lo fa per puro e semplice divertimento e chi per scaricare lo stress. Ci sono anche motivazioni più profonde, ovviamente, come la ricerca di un contatto più diretto con la propria corporeità e i propri limiti, compreso quello del dolore. E poi ci sono quelli che lo fanno semplicemente per dimostrare a se stessi o agli altri che sono in grado di farlo. In ogni caso la volontà di farlo c’è. E quindi non c’è oggettificazione.

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Michele Köbke, la ragazza che vuole il punto vita più stretto al mondo
“Non si capisce come mai Michele Köbke, una giovane berlinese di 24 anni, sia così tanto votata al restringimento straordinario del suo punto vita. Fatto è che da tre anni sottopone il suo fisico a delle tecniche di contrazione assurde, che hanno ridotto la sua circonferenza dai 64 centimetri iniziali alla misura surreale dei 40, in barba ai consigli medici che avvertono che a lungo andare potrebbe riscontrare seri danni alla salute.

Ma non è ancora soddisfatta la ragazza, e giorno e notte continua a fasciare il suo busto con corsetti sempre più stretti, affinchè possa scalzare dal podio del Guinnes dei primati l’americana Cathie Jung, che ha già raggiunto da tempo la circonferenza dei 38 centimetri.

Nemmeno la Barbie, di cui è stata studiata l’anatomia mostruosa di cui godrebbe se fosse vera, arriva a tanto: la circonferenza vita della bambola più ‘invidiata’ del mondo misurerebbe, infatti, 46 cm: troppo per la ragazza tedesca, che, con fierezza, esibisce su Facebook il risultato dei suoi sforzi.“

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“La tradizione kantiana in etica sostiene che gli esseri umani non devono essere trattati solo come “mezzi/cose” ma anche come “fini”. Io affermo provocatoriamente che gli esseri umani debbano essere trattati come “cose”, nel senso che devono essere rispettati come spesso – ormai – sono rispettate solo le cose: libri, reti e mezzi informatici, bandiere, dipinti, opere d’arte, sistemi ecologici, culture, istituzioni, che oggigiorno sono trattati come se avessero valore (morale) intrinseco”.

IPOTESI DEL MESSAGGIO DEL MONDO IMMAGINARIO CHE RAPPRESENTA L’IMMAGINE
Non è molto credibile che una immagine pubblicitaria abbia in sé un messaggio relativo alle donne, e non relativo alle merci o ai bisogni dei possibili consumatori, e che quindi invii questo messaggio sulle donne a chi la vede.
Questo messaggio ipotizzato sarebbe che nel mondo fantastico e inesistente dell’immagine quei corpi che danno l’illusione di un auto significhino “in questo mondo di fantasia gli oggetti e le persone (o esclusivamente le donne) non hanno differenze, e dunque possono essere trattati nel modo in cui si vede nell’immagine”.
Ma poiché è difficile immaginare che gli scopi di una pubblicità siano quelli di informare chi la vede che nel mondo inventato e realizzato da un team di persone “oggetti e persone”. Inviare questa informazione infatti ai possibili consumatori, è totalmente inutile ai profitti dell’impresa.
In ogni caso, se anche, per qualche motivo sconosciuto, fosse questo lo scopo dell’azienda, presentare un mondo irreale non è in sé un male. Questo forse lo credevano gli antichi, che essendo superstiziosi e credendo nella magia avevano paura che le immagini potessero avere effetti fisici sulla realtà. Ma non lo può credere un essere umano che vive nel 2013, circondato da tecnologie e saperi scientifici. Si crede che l’immagine affermi, nel mondo reale le donne sono come in quest’immagine, e le regole di quest’immagine valgono anche per il mondo reale. Si confonde fantasia con realtà.

CONCENTRAZIONE SULLA FORMA DEL CORPO ED ESCLUSIONE DEL CONTENUTO MENTALE
Quando si parla di oggettificazione in fotografia si fa spesso delle analogie. Con il manichino, la bambola, bambola gonfiabile o di silicone, il burattino e la marionetta.

Si mette in contrapposizione il concetto di “persona” al concetto di “manichino” e “bambola”, perché questi oggetti hanno una forma umana ma non hanno vita.

Il burattino è un tipo di pupazzo con il corpo di pezza e la testa di legno o altro materiale, che compare in scena a mezzo busto, mosso dal basso, dalla mano del burattinaio, che lo infila come un guanto. Il burattino va distinto dalla marionetta, tipo di pupazzo, in legno o altro materiale, che compare in scena a corpo intero ed è solitamente mosso dall’alto tramite dei fili.

mano e burattino

Molte persone credono che debba esserci un divieto di concentrarsi sulla forma di un essere umano escludendo il contenuto mentale. Il contenuto mentale di una persona non è percepibile, possiamo percepire il suo corpo e i suoni che produce con le corde vocali. Quindi tutti vivono la mente altrui attraverso delle interpretazioni, ma non la conoscono mai direttamente. In una fotografia mancano delle caratteristiche che nella realtà abitualmente si esperiscono. I suoni, e il tempo. Attraverso la parola gli esseri umani comunicano ciò che sentono e pensano, in un arco di tempo. Quindi, la fotografia parte come un supporto che elimina delle caratteristiche utili alla conoscenza del contenuto mentale di un essere umano. Per poter conoscere la mente della persona vista in foto rimane l’espressione del viso, e le simbologie attraverso il contesto. Ci si può disinteressare dell’espressione del viso come del contesto, e concentrarsi sull’immagine del corpo della persona rappresentata in una fotografia.

 

OFFESA

Lou Marinoff nel suo libro Plato, not Prozac! tradotto in Italia con “Platone è meglio del Prozac”:

“Ho lavorato filosoficamente con Vincent per definire la differenza tra offesa e nocumento. Se qualcuno o qualcosa ci fa del male – se, per esempio, produce una lesione fisica a dispetto della tua volontà – non sei corresponsabile del danno subito. Il principio formulato in merito da John Stuart Mill suona che l’unico scopo in vista del quale la forza possa essere esercitata su un membro di una comunità civilizzata legittimamente e contro la sua volontà, è quello di prevenire danni ad altri”. Ma l’offesa è qualcosa d’altro. Se qualcuno o qualcosa ci offende – cioè in qualche modo ci insulta – siamo senza dubbio corresponsabili. Perché? Perché ci si è offesi. Si può essere danneggiati da qualcosa come un urto fisico, ma sei parte attiva nel sentirti offeso da qualcosa come un dipinto. Rammenta i botta e risposta:
“Spiacente, non l’ho fatto apposta.”
“Lei è perfettamente scusato.”
Cortesie del genere sono state rese obsolete da una cultura della sbadataggine, che ha permesso che l’offesa venisse confusa con una lesione fisica. Marco Aurelio conosceva la differenza già nel secondo secolo, ma la nostra progredita cultura l’ha dimenticata. Oggi capita che le persone si offendano, e poi accusino altri di aver fatto loro del male, e il sistema avalla questo atteggiamento con metodi che minano le libertà individuali. Peggio ancora, il sistema rafforza questa confusione risarcendo finanziariamente le persone per essersi sentite offese.”

CORRELAZIONE TRA VISIONE DELLE IMMAGINI E VIOLENZE O FEMMINICIDI

In genere una persona che crede nell’esistenza del concetto di donna-oggetto e crede che sia molto frequente pensa trova una dimostrazione del suo pensiero nell’espressione “La storia della donna oggetto è reale,e ne sono prova stupri e femminicidi, che avvengono perché si pensa che la donna ci appartenga,che sia di nostra proprietà come un oggetto.”

Tuttavia, chi fa questo tipo di ragionamento omette una parte importante del ragionamento, cioè la dimostrazione che la prova portata a favore della tesi che qualcosa sia vero sia vera anche essa.
Hai detto “X è vero. La prova per questa affermazione è che Y esiste”.
X ed Y possono non avere nessuna relazione e quindi si può anche dire sostituendo a X l’espressione “donna-oggetto” e ad Y l’espressione “Ananas” e il risultato sarebbe “La donna oggetto è vera, perché esiste l’Ananas”. Quest’affermazione verrebbe subito rigettata perché la non correlazione tra i due elementi è evidente. Forse perché se ne senta palrare tantissimo, e infatti metti in contrapposizione il fatto che “non hai mai sentito parlare di persone che vedono l’immagine di una bambola fatta a pezzi” e l’infanticidio e invece hai sentito parlare della relazione tra donna-oggetto con gli stupri e i femminicidi.
Ma nel caso in cui invece si usa “stupri” e “femminicidi” non viene rigettata perché in generale si da per scontato che essi abbiano una relazione di causa-effetto con la donna-oggetto. Ma questo va dimostrato con delle spiegazioni.
La relazione tra l’esistenza di stupri e femminicidi con la donna oggetto non può essere data per scontata, e quindi non può essere utilizzata come prova dell’affermazione che la donna-oggetto è un problema reale. Si deve prima provare che c’è una relazione tra il concetto di donna-oggetto e gli stupri e i femminicidi, e poi affermare che questa relazione prova la realtà della donna oggetto. Se leggi i discorsi fatti nei media. Né Napolitano, né la Boldrini, né la Carfagna, né nessun altro politico che ha parlato del pericolo della donna-oggetto, hanno mai spiegato come fosse possibile la relazione tra una immagine con uno stupro e un femminicidio, lo hanno semplicemente assunto come vero e come base sulla quale partire.

non è il provocare eccitazione che produce direttamente violenza, ma sono certi atteggiamenti aggressivi e manipolatori nei confronti di chi recepisce la provocazione sessuale.

può capitare che in discoteca una ragazza si tiri su o giù la maglietta in modo da lasciare visibile il reggiseno, e a volte con dei movimenti bruschi fatti ballando si possano vedere porzioni di capezzoli. magari unendo a ciò sorrisi e sguardi verso maschi, se uno si avvicina a ballare accanto per vedere se la ragazza ci sta a baciare, strusciare, farsi toccare e poi magari appartarsi per fare sesso, e la ragazza risponde con una gomitata allo stomaco, o una spinta, e un urlo con un’espressione arrabbiata e aggressiva, la risposta è molto contraddittoria e strana. Questo può indispettire il ragazzo che se tendenzialmente violento o ubriaco o drogato può reagire in modo aggressivo difendendosi.
Inoltre, perché ci deve essere un terzo esterno a proteggere una ragazza da possibili conseguenze su sé stessa di suoi comportamenti, e non può essere la ragazza stessa a scegliere se rischiare mostrando nudità?
Si ha paura che la visione di donne sessualmente disponibili porti a pensare che le donne che si incontrano nella realtà siano disponibili sessualmente in modo perenne, ma questo sarebbe un sintomo di nevrosi, e inoltre non giustifichere gli stupri. Se si pensa che una donna sia sessualmente disponibile non si può pensare di stuprarla. Si stupra se non è sessualmente disponibile.

Affermare che è necessario eliminare corpi scoperti, o pose e sguardi sensuali per ridurre le molestie e le violenze equivale ad affermare che chi scopre il proprio corpo, o si pone in modo sensuale produce le violenze che può subire.

Riguardo l’abbigliamento, poiché è qualcosa che si vede, rientrano anche le fotografie, il modo in cui si sono fatte, e il contesto in cui sono state pubblicate.

Poiché esiste la causalità, cioè una relazione di dipendenza tra un evento attuale o futuro e un evento precedente nel tempo, le persone fanno collegamenti tra eventi diversi tra loro, e nel considerare l’esposizione del corpo nelle sue varie forme (abbigliamento provocante, fotografie) il passaggio dall’esposizione del corpo a uno stupro nel futuro sia automatico e sicuro, o quasi sicuro.

In base a questa credenza, poiché sapere è potere, molte persone arrivano alla conclusione che il vivere molestie, e violenze,  o è una scelta della ragazza, sebbene non un desiderio apprezzato, o è un dovere morale mancato, cioè essere intelligenti, e quindi fare collegamenti corretti tra cause ed effetti, o è disattenzione, e quindi un dovere mancato, e quindi si merita una sofferenza per i doveri inadempiuti, e inoltre la punizione è utile perché probabilmente il vivere una situazione di sofferenza potrà farle imparare, cioè acquisire e modificare le proprie conoscenze, valori, e preferenze, quindi i comportamenti, riguardo all’abbigliamento e alla sessualità, e portarla a prevedere il futuro e prevenire molestie e stupri.

Questa credenza è la stessa che viene usata quotidianamente per giudicare tante altre situazioni pericolose.

Se una persona si reca nel Bronx con una maglietta su cui è scritta una frase che inneggia all’odio razziale nei confronti degli afroamericani, gli afroamericani reagiranno, o poiché è risaputo che sono aggressivi nel Bronx, è prevedibile questa reazione ed evitabile attraverso l’inibizione del comportamento di andare nel Bronx con una maglietta del genere.

Così come chi fuma, poiché è risaputo che il fumo “nuoce gravemente alla salute” è prevedibile un tumore ed evitabile tramite l’inibizione del comportamento, cioè il fumare.

O una ragazza che si ubriaca a un rave party, e perdendo la possibilità di controllarsi o difendersi, viene stuprata.

Per poter affermare che ci sia un collegamento tra l’aspetto, fatto di abbigliamento, cosmesi, stile di capelli e le molestie, lo stalking e lo stupro bisognerebbe verificare se le donne molestate e stuprate sono quelle che si vestono in modo da lasciare scoperte le zone più erotiche del corpo, oppure se invece non hanno niente a che fare con questo tipo di ragazze, e anche in che quantità siano quelle che usano un abbigliamento provocante e quante quelle che invece usano un abbigliamento morigerato.

Tuttavia, per falsificare l’assolutezza della teoria della colpa, è sufficiente un solo contro esempio a questa credenza, ed è che in spiaggia si sta in bikini, ma non per questo avvengono quotidianamente stupri durante l’estate.

In reazione al concetto di “gli sta bene, se l’è cercata” ci sono ragazze che protestano contro il concetto di colpa nell’agire in un modo in cui, in una società pericolosa, potrebbero provocare molestie, violenze e stupri, fotografandosi seminude con cartelli con su scritto: “Non cambieremo il nostro modo di vestire perché è più conveniente per la vostra mancanza di auto controllo. La colpa è degli stupratori non delle vittime!”.

Tuttavia, alcune femministe, nonostante critichino chi le invita a coprirsi per evitare molestie e stupri, favoriscono leggi e azioni sociali (premio immagini amiche, Boldrini) che portano a esporre soltanto immagini di corpi coperti. Questa è una contraddizione che indebolisce sia la protesta per rimanere scoperte, che la protesta per far coprire.  Questa contraddizione è uno dei motivi per il concetto di colpa si diffonde, e oltre alle molestie, e le violenze si aggiunge la sofferenza per il disprezzo sociale.

Se siamo d’accordo nel ritenere che i cittadini di un Paese civile non sono l’effetto del caso, bensì il frutto di un processo educativo, dobbiamo riconoscere che nessun processo formativo ha accompagnato questo potente cambiamento. La scuola, che avrebbe potuto e dovuto fornire percorsi di educazione alla relazione e alla sessualità, veniva sistematicamente resa sempre più impotente, l’altro importante agente di socializzazione, la televisione, agiva da indiscussa proponitrice di divertimento e abitudine al pensiero superficiale e al non ascolto delle emozioni negative. Piuttosto che pensare che gli uomini siano incapaci di accettare la libertà delle donne che li hanno amati sia dovuto a un loro pensarle come oggetti da possedere, o una supremazia naturale del genere maschile su quello femminile che facendosi forza attraverso relazioni e dispositivi culturali ha creato una mentalità e una società patriarcale e maschilista, causata dalla visione ripetuta del loro corpo, è necessario capire che molte violenze nascono dalla dipendenza dall’altro, dipendenza che esiste grazie a una personalità infantile, caratterizzata dalla mancanza di autonomia. Personalità che automaticamente si crea nei primi anni di vita, e che è protratta a causa dell’iperprotettività delle società industrializzate, oltre che da culture che esalta la dipendenza affettiva, il possesso nelle relazioni come dimostrazione di amore, la gelosia come dimostrazione d’amore.

Giulio Cesare Giacobbe nel suo libro “Alla ricerca delle coccole perdute” scrive:

“L’adulto è un bambino che ha imparato a procurarsi il cibo da solo, a difendersi da solo, a sopravvivere da solo, a dominare da solo l’ambiente reale e non più soltanto quello del gioco.

Elenca gli aspetti positivi dell’adulto

“domina il suo territorio, la libertà è il suo valore primario, ha sicurezza in sé stesso, sopporta il disagio, non dipende da nessuno, non ha bisogno dell’approvazione degli altri, ha una stima illimitata di sé, non ha paure immaginarie, non ha né aspettative né rifiuti, accetta la realtà com’è e vi si adatta, si gode la vita

è un cacciatore di piaceri, non gli interessa il possesso, ma l’uso, non chiede mai, prende quello che vuole,

è capace di amicizia (collaborazione, aiuto), ha una grande capacità di vita sociale”

In altri casi è dovuta a frustrazioni causate da precedenti colpevolizzazioni alla propria intimità sessuale, che provocando rabbie represse per anni si liberano improvvisamente. E tanti altri motivi, diversi dall’aspetto estetico, cioè abbigliamento e cosmesi.

Dunque, invece di far coprire le ragazze per strada, sui social network, in tv, o sui manifesti pubblicitari serve potenziare la scuola, dare agli insegnanti gli strumenti adeguati per educare i ragazzi alla relazione, ad ascoltare la frustrazione della perdita, dell’insoddisfazione, senza reagire con rabbia. Censurare la possibilità di godere della visione dei corpi, mostrandoli o vedendoli, incentiva a relegarla in ambito privato e segreto, e quindi all’insoddisfazione e quindi al possesso di una persona, perché il possesso da la sensazione di avere la sicurezza della soddisfazione.

C’è stata una polemica in Spagna perché nella Tve, televisione di Stato, si manda in onda una trasmissione di consigli ai genitori su come insegnare alle figlie a vestirsi in modo da non provocare, con suggerimenti per non fare girare le figlie troppo svestite, per insegnare la dignità e a vestirsi in modo non provocatorio.
Nel passaggio televisivo, trasmesso alle 3 del pomeriggio, parla una madre che pensa quasi di investirsi in una missione perché ritiene che in questa epoca bisogna insegnar tutto. Infine l’invito a non esprimere con l’abbigliamento la propria sessualità.
Tutto ciò si realizza in una nazione che dopo la vittoria del PP al governo sta riportando indietro la legge sull’aborto di 28 anni e l’influenza culturale che si avverte sembra essere giusto quella della trasmissione moralista.
Se quello che si insegna alle ragazze è di non provocare quante volte saranno criminalizzate quando subiranno una molestia o uno stupro?
Ci potrebbe essere un collegamento sul successo nelle campagne per ricoprire i corpi delle donne nelle pubblicità. Una variante del moralismo visibile in Spagna, il dire che lo si fa per le donne è un modo per fargli piacere qualcosa qualcosa che diversamente non piacerebbe proprio per niente alle donne. Il non poter esprimere la propria sensualità e sessualità.

qui il video: http://www.publico.es/455359/tve-explica-como-vestir-a-las-hijas-con-decoro-para-que-no-provoquen

Concita De Gregorio scrive: “La realtà virtuale lo consente, ed è talmente efficace da essere stata adottata come terapia nei corsi di riabilitazione per persone violente, generalmente uomini. Ho partecipato pochi giorni fa a un seminario all’università La Sapienza, Laboratorio di neuroscienze cognitive e sociali. Mari Sanchez Vives, che dirige un gruppo di ricerca a Barcellona, ha presentato i risultati di un lavoro sorprendente e incredibilmente innovativo. Detto in parole molto semplici: la sua equipe ha preso un gruppo di uomini condannati per maltrattamento e violenza e attraverso la realtà virtuale li ha messi nella condizione esatta in cui si sentono (si sono sentite) le loro vittime. Un piccolo casco in testa li mette nella condizione di vedere e sentire il proprio corpo come quello di una donna. Un’illusione ad altissimo tasso di verosimiglianza. Diventano avatar: il cervello vede un altro corpo e lo registra come proprio. Sono uomini violenti che all’improvviso si trovano nei panni delle donne che violentano. L’esperimento prevede che siano aggrediti, in un corridoio stretto, da un uomo che avanza verso di loro minaccioso, spaccando oggetti e insultando. Dice cose come ‘perché ti sei messa quel trucco in faccia, toglilo, come devo fare a farti capire le cose, eh? Come devo fare?”. La reazione fisica dei soggetti è di terribile stress: sudano, si accelera il battito cardiaco, reagiscono fisicamente, indietreggiano, si difendono, qualche volta si rannicchiano altre provano a reagire. Intervistati, dopo, confermano di essersi sentiti malissimo. Di aver avuto davvero l’impressione di essere in pericolo. Le persone che si sono sottoposte ad esperimento – i risultati sono già stati resi noti in  un importante convegno nordamericano – sono il campione pilota. Tredici uomini, tutti volontari, sottoposti al trattamento di riabilitazione che in Spagna è obbligatorio in casi di condanna per violenza. Da settembre, in collaborazione col dipartimento di Giustizia, l’esperienza di ‘trovarsi nei panni della vittima’ sarà un passaggio obbligatorio del corso riabilitativo, per tutti.”

CONTRORISPOSTA ALLE ANALISI RAZIONALI

Come controrisposta alle analisi razionali di giudizi rivolti contro molte pubblicità c’è chi suggerisce di “guardate la foto di una donna seminuda, carponi con le scarpe addosso (immagine della pubblicita’ realmente fatta) e sostituirci un uomo di colore nella stessa posa”. Se improvvisamente si sentirà nascere l’indignazione definita da alcuni “sacrosanta” allora si percepiscono le cose in modo corretto. Ma se non si sente nascere l’indignazione allora vuol dire che avete talmente introiettato la subalternita’ delle donne rispetto agli uomini da non sentire piu’ l’indignazione per quanto riguarda il genere femminile, ed e’ grave. Un perfetto esempio di affermazione senza spiegazione del perché. Come dire: “se il colore giallo via fa schifo, va bene, ed è sacrosanto, se non vi fa schifo è grave, e siete condizionati”.

FAR CONVIVERE DESIDERI OPPOSTI

In italia ci sono due visioni lontane nel tutelare il corpo delle donne. Così come in altri paesi come quelli Islamici, segno che in Italia come ovunque il modo migliore sta nel mezzo. Nel far convivere desideri opposti e permettere a chi vuole coprirsi fino al collo oppure oltre di farlo, e permettere di chi vuole scoprirsi di farlo.

In Tunisia c’è una doppia battaglia: dalle Femen come Amina alle studentesse sostenitrici del Niqab (il velo integrale).

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niqab
Entrambi i movimenti vogliono rivendicare la libertà della donna nell’usare il proprio corpo. Amina, conosciuta ai molti per la scritta sul seno “Il mio corpo mi appartiene e non è fonte di onore per gli altri” ha sollevato l’indignazione del suo popolo, tanto che la madre stessa ha chiesto mediaticamente scusa accusando la figlia di avere disturbi psichiatrici e ha preso le distanze dalle sue azioni. Le studentesse che hanno presidiato recentemente la facoltà di Scienze dell’Università di Tunisi hanno urlato a gran voce:”Il corpo e l’anima delle donne devono essere protetti contro le aggressioni”e hanno rivendicato il diritto di indossare il niqab.

Mi ha fatto molto pensare come in uno stesso Paese ci siano due visioni così lontane nel tutelare il corpo delle donne. Il Ministro degli Interni tunisino sta affrontando una battaglia personale per abolire il niqab suscitando la rabbia dei salafiti, anche se le motivazioni sono prettamente ristrette alla sicurezza del Paese. Donne che si sentono protette sotto un velo, private della propria esteriorità, del proprio corpo, di una parte dell’identità; dall’altra donne che rivendicano l’essere libera, spogliandosi anche perchè così la protesta è più forte. Due volti difficili da argomentare indubbiamente ma che mi fanno molto riflettere.

Nella nostra cultura alcune scelte sono ancora più difficili da capire, soprattutto nella nostra Era in cui la nudità è sinonimo di avvenenza, sensualità e non di comunicazione. Nel libro “Fresco sulle labbra,fuoco nel cuore” l’autrice Hanan Al-Shaykh spiega come la scelta di indossare il velo rappresenta un illusorio “rifiugio di libertà” per impedire agli uomini di guardarle come oggetto sessuale. Parlare di sesso è ancora un tabù tanto che libri come “Sex and the Citadel. Intimate Life in a Changing Arab World” suscitano scandalo parlando della sessualità dentro il mondo islamico. Testo già censurato in Egitto, contiene molti dati e interviste su vari fenomeni, come le mutilazioni genitali femminili e il dating on line.

PARITà UOMO DONNA NELLA VISIONE DEL CORPO IN PUBBLICITà

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COME REAGIRE AL CONCETTO DI DONNA-OGGETTO

Questo è l’errore di moltissime femministe. Il pensiero di quelle che giungono a conclusioni errate è schematico. Una parola significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi la pronuncia e le reazioni di chi reagisce, così come un gesto significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi lo compie e le reazioni di chi lo sperimenta. E il significato lo stabilisce sempre e soltanto lei. O i gruppi di persone che la pensano allo stesso modo.

Il problema più difficile da risolvere non è spiegare dove sta l’errore, anche se è molto difficile, perché chi non vuole capire ha sempre delle obiezioni da fare. Ma è fare in modo che le paure personali, e i parametri personali di certe persone non siano imposti alle altre che non li condividono. Un cittadino che vede discutere continuamente di cose che non condivide e vede impostare la società attraverso la creazioni di stati emotivi negativi con giudizi, critiche, offese, propagande d’idee, e soprattutto leggi dovrebbe avere il modo di far sentire la sua idea contraria.

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